sabato, 15 novembre 2008
15/11/2008 11:03

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ciao ciao splinder, un post ancora

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Devo ammetterlo, è con un briciolo di malinconia (manco sono andata via che già ce l'ho), che lascio questa piattaforma. Lo so, tutti ormai me lo dicono che Splinder è "la prima fase del blogger", e che bisogna passare ad altro.

La storia.
La prima bozza di blog il 30 marzo 2006 muoveva i primi passi su Aruba. Le foto le pubblicavo come post (non avevo Flickr), e ancora diparipasso non era un titolo: "di" di Diletta e "pa" di Parlangeli. Le prime due lettere delle mie iniziali; tutto il resto (paripasso), era un modo per ricordare che i testi accompagnano passo dopo passo le mie esperienze, le mie stupidaggini, la mia vita.
E oggi, oggi è tempo di passare ad altro. E' stato un regalo (grazie, grazie, grazie), che mi ha commosso. DIPARIPASSO diventa un dominio. Un sito, con il proprio nome. Cosa che mi rende felicissima, anche se sono tante le cose che devo imparare (già mi stanno rimproverando).
Mentre scrivo le imparerò, diparipasso.


Mi trovate qui www.diparipasso.com

Grazieeeee!!!!
sabato, 08 novembre 2008
08/11/2008 17:21

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Sulla riva del fiume (capitolo III)

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LE MAGGIORATE...
Adesso basta. A furia di dire "beata te, ce le avessi io così...", me l'hanno tirata, la gufata.
Le battute più frequenti: "Altro che coppa di champagne, nella tua biancheria ci entra tutto il secchiello" oppure "Ma tu ti servi dai paracadutisti dell'esercito?", "Nella tua macchina ci sono comunque gli airbag?"  e "Ho lavato 5 reggiseni e ne ho stinti 3" , "Ah, perchè, ti ci entrano tutti in lavatrice?". Io rido, ma poi quando si tratta di andarli a comprare, rido meno.
Ok, ho una certa stazza. Va bene, le misure sono cosparse per tutto il diametro e lunghezza del corpo, ma questa storia deve finire.Non siamo negli anni Cinquanta/Sessanta (arg). Le maggiorate sono emarginate, diciamocelo. E diciamo pure che sono stanca di guardare la faccia di commesse che vogliono rifilarti taglie mignon o comunque non adeguate (la 40/42 (che sia una vera 42) non mi entraaa, è inutile che mi dici "Ma scherzi??? Ti torna BENISSSIMO addosso!!!"). Così come la mimica facciale quando senza urlare tenti di chiedere: "Scusa, ehm... ma di questo modello non ce l'hai più grande? Arriva solo alla 3a/4a?". Risposta sdegnata: "Beh si eh, il triangolo oltre la terza non lo fanno! Ma provala, veste largo!". Largo? Ma largo dove? Da quale lato? Messo all'incontrario, cioè con il gancio davanti e le coppe sulla schiena? Ecco, forse così potrebbe entrarmi, in effetti.
E poi i vestiti. Questi razza di manichini messi in vetrina con miss gomma-coscia lunga con minigonna raso-ombelico del mondo, che una vede il modello e dice "ma che carino, se la tengo più calata sulla vita non è così corta". Bene, o' valla a provare allora: non siamo a Natale, e il cotechino comunque si vede in tavola, non per strada che girella in allegria. Quindi la tua di coscia, non esattamente smilza, stretta nella gonna che non esiste di una taglia più grande, non si può guardare proprio. E no, non puoi girare tentendo l'aria che la pancia sparisce. Scordatelo, esiste una cosa che si chiama asfissia, e non è carino, te lo assicuro.
Ma nooo, tutti a dirti che stai bene così, che non è vero che le donne "stecco ducale" hanno più scelta, che la moda ora sta cambiando e vanno quelle formose. Più che andare, direi "ma ndo vanno" (ndo nnamo, per l'esattezza).
Quando il mondo si adeguerà alle mie di forme, mi sentirò in forma. Fino ad allora, resterò una maggiorata (emarginata).

E LE MIGNON...
Altezza: 1,50 (arrotondamento per eccesso!);
seno: terza, ma torace piccolo piccolo che richiede in maniera incontrovertibile una taglia xs
misura di vita: 38
numero di scarpa: 35

No, dico, ne vogliamo parlare??? Avete idea di cosa significhino tutti questi numeri sulla stessa persona? I casi più probabili nel momento in cui si entra in un negozio di abbigliamento sono i seguenti:
1)Maglioni, maglie, magliette: trovi una xs (rare come le stelle alpine a bassa quota) e la provi subito e subito ti scontri col primo problema: torace ok, ma ti ritrovi con le tette strizzatissime che se abbassi il mento ti ci puoi appoggiare sopra e farti un riposino! Ok, allora trattieni il respiro…si, ma in apnea quanto si può resistere??? E qui la chicca sono le commesse ottimiste che ti guardano ed escalmano: “ questa è una s, ma provala, veste piccolo!!!” Ok, ti arrendi: acchiappi una s e la misuri. Veste piccolo un cazzo!!!Senti le tette che si accucciano comode comode in tutta la loro spazialità e sorridi, poi ti guardi allo specchio e ti accorgi che fa difetto sulle spalle e sotto il braccio, dove ti rimangono lembi di tessuto inutile, a meno che non decida di sponsorizzare la moda dell’arrotolamento del pacchetto di sigarette sul risvolto della spalla oppure, che ne so, utilizzare quei sacchetti vuoti di stoffa sotto il braccio per conservare le noccioline da sgranocchiare quando ti vien fame!!!
Soluzione: imparerò a trattenere il respiro e batterò ogni record di apnea…

2)Pantaloni e gonne: qui le cose si complicano. Trovare un pantalone o una gonna taglia 38 è
peggio che cercare un ago in un pagliaio. La taglia 38 è difficilmente contemplata anche in un mondo di modelle che se la giocano tra anoressia e bulimia. Anche in questo caso, la prima cosa che ti senti dire da una commessa che ti squadra (e mentre ti squadra tu sei sicura che stia  pensando “siiii, certo, ma figurati se ha una 38!”) è la seguente: “guarda, la 38 non ce l’ho, però ho una 40 e questo modello veste piccolo!”. Entri nel camerino, misuri e….”Veste piccolo un cazzo!!!” A meno chè non si utilizzi tutto lo spazio che ti rimane intorno alla vita a mò di marsupio incorporato!!! Niente da fare: la commessa ti guarda, pure un po’ infastidita, e va a cercarti una 38 in magazzino e quando poi finalmente ritorna con la 38 tanto agognata, ti ritrovi commossa a urlare “Uèèèèè….San Gennà….il miracolo!!!!”. Ma è troppo presto per gioire: entri nel camerino, misuri e….ok, si può fare: una cinta salva sempre la vita! Poi guardi verso il basso e  ti senti una lillipuziana dentro i pantaloni di Gulliver! A occhio e croce ci saranno 40 cm di stoffa da tagliare per gamba. Vabbè…affidiamoci alle forbici di un sarto e ricordiamoci di accendere un cero a San Gennaro!

3)Scarpe: e qui la storia si tinge di tragedia. Per molti modelli di scarpe, il 35 non esiste! Si, esattamente così: non esiste! Non è contemplato che esistano donne adulte con il piedino da bimba, alla faccia di Cenerentola! E nel caso fortunato in cui dovessero esistere, in ogni negozio la regola è la stessa: un solo 35 a modello! Peccato che prima di trovare il numero 35 del modello che cercavi, quello che corrisponde alle tue esigenze e al tuo gusto estetico, hai dovuto girare per tutti i negozi di scarpe di almeno due comuni diversi!!! E prima di entrare nel negozio giusto, hai dovuto vivere la stessa identica scena: entri nel negozio e chiedi “Salve, avete il 35 di quel modello di scarpe?” e la commessa “certo, vado a controllare!”. Tu ti siedi, emozionata e aspetti con trepidazione. La commessa torna, ti porge la scarpa e aggiunge “il 35 non ce l’ho, ma ti ho portato il 36, che calza piccolo!!!”  “NOOOOOOOOO NOOOOOOOOOOOOOOOOOOO …ho detto 35 !!!…tre e cinque !!!…se avessi voluto un 36 avrei chiesto un 36, ma se ho chiesto un 35 ci sarà un cacchio di motivo??? Conoscerò il mio numero di scarpe??? Il 36 mi è grande, stronza!!!!! (ok, questo chiaramente lo pensi e basta…ma quanto vorresti dirglielo!!!)!!!

Conclusione: maggiorate o mignon, sempre di emarginate si tratta….vi prego! Aiutateci!!!

                                                                        (Asia e Irene)
sabato, 08 novembre 2008
08/11/2008 15:41

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24 (2x4=8)

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Lo so, proseguo nella parentesi fossatiana, ma per questi miei 24 anni volevo dedicarmi "Dedicato", interpretata dalla Bertè, ma adorabile nella versione dell'autore, Ivano Fossati.

Ai suonatori un po' sballati
ai balordi come me
a chi non sono mai piaciuto
a chi non ho incontrato
chissà mai perché
ai dimenticati
ai play-boy finiti
e anche per me.

A chi si guarda nello specchio
e da tempo non si vede più
a chi non ha uno specchio
e comunque non per questo
non ce la fa più
a chi ha lavorato
a chi è stato troppo solo
e va sempre più giù.

A chi ha cercato la maniera
e non l'ha trovata mai
alla faccia che ho stasera
dedicato a chi ha paura
e a chi sta nei guai
dedicato ai cattivi, eh,
che poi così cattivi
non sono mai.

Per chi ti vuole una volta sola
e poi non ti cerca più
dedicato a chi capisce
quando il gioco finisce
e non si butta giù
ai miei pensieri,
a come ero ieri
e anche per me.

E questo schifo di canzone
non può mica finire qui
manca giusto un'emozione
dedicato all'amore
lascia che sia così
ai miei pensieri
a come ero ieri
e anche per me.

Ai miei pensieri
a come ero ieri
e anche per me.
sabato, 01 novembre 2008
01/11/2008 00:24

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l'esame inizia molto prima di prendere la penna in mano

Archiviato da dilettap in: vita, scrittura, esame, giornalisti, ordine dei giornalisti, ergife
Stamattina sveglia ore 6. Rapido check delle mail dal blackberry. C'è un'anagramma che mi mette carica.
Procedo alla vestizione. Gonna jeans scura con pieghe, maglioncino nero come pantacollant e stivali (colore sobrio, che non guasta mai). Sulla spalla destra ho borsa verde grande, su quella sinistra altra borsa contenente pc, panini, due bottigliette d'acqua, due banane, due brioche (no che non ho mangiato tutto, uff!). Esco di casa. Porto anche un kway della mia era rap, che il cielo è plumbeo. Spesa in edicola.
Vado al bar, colazione, due camel light, due biglietti metro, ciao, ciao bella, ciao dilè. Ciao.
Arrivo a un passo dalla metro (UNO), e mi accorgo di aver dimenticato la lettera di convocazione per l'esame.  Imprecazione mentale di circa 5/6 minuti, il tempo di rientrare a casa dopo aver riattraversato parco Kolbe e Casal de' Pazzi. Penso che ne posso approfittare per segnarmi la fonte di quei dati che ho preso in corsa dal Corriere Magazine. Rientro già paonazza: il cielo fa schifo, ma si muore di caldo. Entro in camera, prendo la lettera, lascio gli allegati di Repubblica e Corriere che pesano e basta. Esco, chiudo. Decido di passare dal parcheggio del Tuodì, che così taglio, ma arrivo al cancello ed è chiuso. Torno indietro, e aridaje con Casal de' Pazzi e Kolbe, di nuovo alla metro. Mentre oblitero mi accorgo di aver dimenticato sia i dati che la pastiglia. Eccheccazzo. Vabbè, appena scendo dalla metro scrivo mex a babbo e amico, uno dei due avrà il corriere di ieri. Rebibbia-Termini. Termini-Cornelia. Esco all'aria: "Scusi, via Aurelia"? Di là, ok.
Comincio a mandare appelli cifrati (ma nemmeno troppo), per la famosa fonte dei dati: se capita la traccia su Obama e la faccio, non è che posso citare i dati senza fonte. Eddai, sono le prime regole Dile, come hai fatto a non pensarci?
Babbo risponde, non ce l'ha. Cacchio. Provo con T. Lo chiamo, illustro la situazione e lo ragguaglio sulle ultime novità che potrei aggiungere ad eventuale pezzo. Sulla soglia della sala Ergife adibita all'esame un messaggio mi riporta il nome della fonte. Evvai, ho tutto. Mi sono preparata. So pure come piffero si chiama il regista dell' "inf - O- mercial" del democratico, e di chi è parente. E pure il nome del produttore, ce l'ha La Stampa di oggi (sempre detto che è un gran giornale). Ok. Dai Dile dai, stavolta ce la fai.
Procedure controllo pc, trova il banco con il tuo nome. Caspita, sono 521 banchetti allineati in un immenso capannone bianco.
Dopo un po' comincio a guardarmi intorno. Qualcuno lo conosco, troviamo anche il modo di fumare una sigaretta mentre restanti 400 si mettono ai posti di controllo. Poi mi siedo, e osservo: il mondo dei giornalisti è davvero quanto di più variegato si possa immaginare. C'è uno che sembra uscito da una festa reggae, e quella che pensava di venire a un Gala stamattina. C'è uno che potrebbe essermi padre e quello là con la tipica faccia da secchioncello. Il fighetto, la sfigata. Tutto. Di ogni tipo e forma. C'è il giornalista sterotipo giacca in velutto che fa figo e non impegna (come direbbe l'amica Manny), e quella laggiù che potresti incontrarla ad una festa di collettivi univerisitari. Chi se la crede e chi è nel panico.
Dopo solo tre ore ci consegnano le tracce. Non leggo nemmeno le altre, punto al neretto che indica "ESTERI (1)": A quattro giorni dalle elezioni.... OBAMA. C'è scritto OBAMA, evvai. Ma viiieni.
Dopo ore e ore di estenuante fatica (i tempi si sono protratti per disguidi tecnici), esco di lì.
E' sera, metà di quelli che ho conosciuto li ho persi di vista con il passare delle ore. Comincio a fare chiamate su chiamate, fumo, penso. L'idea di ritornare a casa e cambiare due metro mi devasta, ma non posso certo prendermi una stanza all'Ergife.  Ok, mi sparo l'ipod e guardo le persone nella metro. Ah, c'è anche quella con l'accento napoletano che era in fila davanti a me alla fine dell'esame.
Fossati, rapido cenno di Neffa passando per John Leggend e Subsonica.
Esco. Pioviggina, ma mi attacco al telefono. Dopo che ho immortalato con il cellulare la mia sagoma sul muro del parco/parcheggio, parte la sesta chiamata da quando sono uscita. Mi si ribalta l'ombrello con il vento, chiudo. Passando per Casal de Pazzi penso al lavandino pieno di piatti (ieri giornataccia) e mi fermo a prendere una pizza d'asporto. Quando esco sono di nuovo al telefono, ma comincia a piovere e richiudo.
Apro l'ombrello e zompetto verso casa. Prima di evitare il suv che occupa l'angolo del marciapiede, ad un certo punto sento ribollilrmi la coscia. La deformazione mi porta a pensare al tizzone di sigaretta, ma realizzo che non sto fumando. Nooooo, ma dai! Il liquido della mozzarella della pizza, uscito dal cartone, mi si è riversato su gonna, calze e giacca. Evvabèmaalloraditelo. Entro in casa, butto tutto sul divano (no, la pizza no).
Penso solo una cosa: che se l'attentato a Obama non c'è stato, potrebbe essercene uno vero, il mio, se mai dovessi scoprire che dopo una giornata così, mi hanno pure bocciata.


Nota: Tutto ciò inizia due giorni fa con sfilza di parolacce da far impallidire uno scaricatore di porto quando non riuscivo a far funzionare la procedure di verifica per pc dell'Ordine dei giornalisti. Conquilino anima pia (nonché hacker) Gianlu con santa pazienza ha placato le mie ire trovando l'origine del problema (che NON ero io, so che lo stavate pensando)
Prosegue ieri, con rassegna stampa che ha coperto pure Liberation e Mean's Helth (con Obama in copertina, che avevate capito...) e lancio di mail da Firenze (da dove sono arrivati consigli e dritte sullo stile) a Torino (da dove è arrivata pedantissima e perciò utilissima risposta).
E tutto si conclude qui, con la cancellazione erronea di post (questo), già redatto a metà (hanno tutti ragione, su Splinder).
martedì, 28 ottobre 2008
28/10/2008 23:03

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Mia Calimero, non ti tradirò

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Come-come? "Per Roma vendi la macchina e prendi un motorino, che è meglio"? Ma siete matti?!?
Premesso che comincio a credere che il suggerimento arrivi da chi mi vuole vedere morta (tiè), ma qui deve esserci una sana dose di follia. Per forza.
Oggi è venuto giù il diluvio, benché a dirla tutta, a Firenze abbia visto di peggio qualche inverno fa, con l'Arno che sembrava dire "hei, posso uscire?", all'altezza di Nave a Rovezzano. Comunque oggi il signor cielo si è dato da fare, non c'è che dire. Tuoni e fulmini e pioggia a vento. Al ritorno dal lavoro (10 min fa), ho trovato fine di via Carlo Pesenti completamente allagata, come aveva giustamente preventivato il collega passato prima di me, Adrian John (che ringraziamo). L'immissione sulla Tiburtina si paventava impresa più titanica del solito: una pozza immensa d'acqua come asfalto. Alta, pareva una piscinetta (bleah).
Dopo essere stata tentata dal fingere uno svenimento in mezzo alla strada e rinsavire di corsa per poi  sgommare via (peccato mancasse aderenza) quando gli altri automobilisti sarebbero scesi per  tentare il soccorso, ho inserito la freccia e ho approfittato della prudenza altrui per girare. Sembravamo tutti alla scuola guida, km/h circa 10 per ogni veicolo. Piano piano piano. Vai vai vai, vai così, ok... olè, carreggiata opposta.
La Tiburtina si è presentata come l'acqua fan di Riccione in alta stagione. Tutte le macchina sulla linea che divide le carreggiate (con rischio frontale non indifferente), perché ai lati si vedevano saltare delfini e spiaggiare foche monache.
E ora ditemi uno con un cinquantino che chacchio fa in una situazione del genere. Premesso che mai e poi mai abbandonerei la mia Twingo d'un nero cattivo, che tra screzi e non screzi continua ad accompagnarmi,  per tradirla così, con un cinquantino (non ne faccio una questione di classe, però...). Ma poi, se mai volessi rischiermela, proverei il parapendio. O che so, un bungee jumping. "Lo sai che una volta ho tentato il suicidio"? "Ah sì? Lamette?" "No, mi sono messa in motorino con la pioggia sulla Tiburtina".
Ma stiamo scherzando. Ecco, aveva smesso di piovere, ma ricomincia. Domani guido con pinne, fucile, ed occhiali.
venerdì, 24 ottobre 2008
24/10/2008 23:33

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Facebook, l'alien network

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Devo premettere che non ero d'accordo a fare un articolo sul lancio d'agenzia che riportava sottostanti dichiarazioni sul popolo Fb. Questa polemica sulla tecnologia demoniaca (guarda caso dalla tv  in poi- forse prima, smentitemi - qualsiasi mezzo sia entrato nella vita delle persone a pieno regimecambiandone le abitudini ha scatenato reazione da anti satanisti incattiviti), ha stancato. Non per partito preso (le "derive" esistono), ma per il semplice fatto che come al solito le dichiarazioni non sono affatto argomentate. Prima si osserva sprezzanti, poi si assiste al dilagare del fenomeno, e poi lo si attacca con rito che niente ha da invidiare a quello Vodoo. E finisce che prima i "pazzi alienati" erano quelli che stavano sempre al cellulare, poi quelli che usavano più di una chat, e ora, ovviamente, chi bazzica in social network di varia forma (che poi scommetto che altri nomi di aggregatori non rientrano nel glossario di questi grandi "esperti"). Per cui dopo MySpace (uuuuhhh, utenti incalliti e "spammosi" !- notare che ho MySpace, ma non lo uso mai per questione di gusti) e Second Life (uuuuhhh, utenti depravati e potenzialmente pedofili!), è il turno di Facebook. Ovviamente, essendo costituito in maggioranza da utenti riconoscibili, gli "esperti" si sono guardati bene dall'usare termini invece abusati all'epoca di Sl (non finita ma dimenticata), come "violenza", "pedopornografia" e chi più ne ha, più ne metta. L'utente Facebook è semplicemente uno "sfigato" (aspè, forse si sono spaventati a dare di depravati ai politici che lo usano). Oooh, ecco. Ma che bello, ci hanno detto quello che siamo: sfigati (lo penso da una vita, ma nell'originaria accezione di "persona non particolarmente fortunata").
Dopo questo inciso, più lungo del post, c'è da dire che dopo il tam tam su siti e quant'altro, la notizia non si poteva evitare (fosse altro che per l'appeal di lettura). Quindi, l'ho scritto, e pure firmato. Con qualche stilettata, spero. Eccolo qua, uscito sull'edizione di giovedì 23 ottobre di DNews.

<<Usi Facebook? Sei un trentenne solo, e per giunta nostalgico. Ecco il nuovo identikit del “chattante perpetuo”, dell’uomo italiano abbarbicato alla tastiera. Lo dice l’E ur o da p (Associazione europea disturbida attacchi di panico). Si sa,ad ogni avvento di qualsivogliasocial network o tecnologia che funzioni la storia si ripete: è sulla bocca di tutti (e sulla tastiera di tutti, visto che le ultime stime danno un milione e
369 mila italiani iscritti), nel bene e nel male. E così, dopo la demonizzazione di Second Life, arriva quella della rete che ha  registrato un incremento di visitatori del + 961% in un anno. «Facebook è una colossale illusione: permette a tante persone di pensare di essere importanti, perchè hanno decine e decine di “amici virtuali”, ma purtroppo si tratta spesso solo di un gran numero di “sfigati”», dice senza mezzi termini
Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma. «Ormai è Facebookmania fra gli italiani, una febbre che ultimamente ha contagiato in particolare la fascia tra i 30 e i 40 anni, e non a caso - incalsa Paola Vinciguerra, presidente Eurodap - questo mondo virtuale è infatti vissuto come un antidoto al senso di vuoto e alla solitudine, che in questa fase della vita, fitta di bilanci, contagia anche i cosiddetti vincenti». E a proposito di categorie, gli esperti ne hanno tracciate alcune, tra gli utenti di Facebook (ormai “Fb”, per gli amici, appunto): i nostalgici, i latin lover virtuali, i cuori infranti, i troppo soli, gli insoddisfatti, quelli della pubblicità, e quelli con l’alter ego. Forse ne manca una: le personeche restano in contatto come sugli altri social network, con un po’ di vanità e voglia di pettegolezzo.<<

Detto questo, per chi fosse riuscito ad arrivare alla fine del post, rimando a chi parla sapientemente di questo e altro da secoli (io come al solito mischio "pancia" e quel posco che so, quando so - domanda: ma so?), ovvero Antonio Sofi, che in questo post  approfondisce la questione con link vari. Scusate il tedio, e la non proverbiale tempestività in merito, ma ne ho riparlato a cena e mi sono innervosita un'altra volta.
martedì, 21 ottobre 2008
21/10/2008 23:43

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Lucie Awards per il "fanatico" del bianco e nero (DNews Milano 21 ottobre 2008)

Archiviato da dilettap in: fotografia, gianni berengo gardin, lucie awards
Bianco. E nero. Cos'altro poteva servire alla mano che ha ritratto il lento oscillare dell'Italia, se non le luci e le ombre che delineano i contorni. Gianni Berengo Gardin ha ricevuto uno dei più importanti riconoscimenti fotografici, il «Lucie Awards» alla carriera. Nato a Santa Margherita ligure nel 1930 ha iniziato a fare foto a 24 anni. Ha lavorato al fianco di industrie come Olivetti, Alfa Romeo, Fiat, Ibm e Italsider e spalla a spalla con importanti designer e architetti come Renzo piano.  Il 1990 ha consacrato il suo ingresso in Contrasto, e benché abbia commentato il riconoscimento con un umile «Proprio non me l'aspettavo» ai premi, Berengo, ci è abituato.   Prima di  ricevere  al Lincoln Center di New York il  riconoscimento internazionale  istituito nel 2002 per  individuare tra i fotografi e addetti al settore le persone che maggiormente hanno riscontrato successo di pubblico e critica in diverse categorie (fotogiornalismo, ritratto, moda, pubblicità e fine arts), ha messo nel cassetto il World Press Photo (1963) e il premio Scanno (1981), solo per dirne alcuni. E  nei suoi cinquant'anni di attività non è mancato il "Recontres Internationales de la Photographie in Arles" per il volume "La disperata allegria: Vivere da zingari a Firenze". Gli stessi gitani che ha immortalato a Palermo, e poi a Trento. E la stessa Firenze avvolta nel velo di una sposa al Piazzale Michelangelo, nello scatto del 1962. Esordì con un reportage su «Il Mondo» di Mario Pannunzio nel 1954, si è occupato, durante la sua carriera, prevalentemente di fotografia sociale (del 1968 i suoi servizi che raccontano la vita nei manicomi), di reportage (ha scandagliato il mondo del lavoro dalle fabbriche tessili alla banche), di indagine ambientale. Ma non mancavano i ritratti, e i baci appassionati, e quei passaggi perfetti nella loro solitudine, come la macchina davanti al mare della Gran Bretagna, del 1977. Il suo stile è stato paragonato a quello di Henri Cartier-Bresson e del suo colore ha detto in una recente intervista: «Fin da bambino ho succhiato latte fotografico in bianco e nero. Non solo. Sono fermamente convinto che per il mio tipo di fotografia sia molto più efficace il bianco e nero». E di quei toni ha riempito oltre duecento esibizioni tra l'Italia e l'estero. E se agli annali passano le grandi mostre di Milano, o New York, lui si può trovare anche così, ai lati di una Festa dell'Unità (a Modena, nel 2006). Senza far rumore. Perché è uno di quelli «che non se lo aspetta proprio».
lunedì, 20 ottobre 2008
20/10/2008 23:25

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Accoppiamento a chi?

Archiviato da dilettap in: vita, tecnologia, , blackberry
Immag004





"Impossibile l'accoppiamento con Diletta": così si presenta lo schermo del mio Blackberry davanti alla ricezione dati da altro mio cellulare.
Ora: che i suddetti cellular/palmar/agend/mand-mail/fai-caffé-con-un-solo-cucchiaino-di-zucchero-grazie, avessero notevoli problemi con il dispositivo di invio immagin/test/altra-tazzina-caffé, si sapeva. Insomma era cosa nota, anche se io l'ho scoperto dopo che sant'uomo mi regalò splendido aggeggio.
E vabbè, uno guarda un po' di forum, chiede con volto disperato ai blackberrysti qualche dritta, stressa in chat uomini pazienti, arriva fino al negozio Vodafone per chiarimenti.
Però, abbiate pazienza: che mi si venga a dire "impossibile l'accoppiamento con Diletta", sposta tutto su un altro piano, che senza troppi indugi definirei PERSONALE (e sorvoliamo sul termine vagamente alla Piero Angela: ci macava mi dicesse che dopo avermi annusato il cellulare non gradisse la relazione).
Come ho detto a gentile responsabile di suddetto negozio Vodafone (senza rendermi conto di aver generato l'ilarità di altri 3 clienti), già il termine "accoppiamento" ti mette sul chi va là. Oh, ho detto che voglio una foto dell'altro cellulare, non che voglio girarci un video porno da piazzare su Youtube. ["Accoppiamento? Oddio che devo fare!", reazione immediata]. Come non bastasse, proseguiamo con l'ambiguità: i dispositivi accesi, ovviamente, devono essere "accoppiati". Eh, ma allora ti fissi!
Questa sera mentre ritentavo invano l'operazione dopo aver acceso un cero a Santa Tecnologia, il mio Blackberry mi ha detto che non potevo accopiarmi nemmeno con tale "Robby-qualcosa", che ho acchiappato per caso e per pura disperazione.
Quindi l'ho capito che forse non ce l'ha proprio con me, ma ci sono rimasta male. Se tentava di spiegarmi qualcosa, dall'alto della sua inutile oggettività da mezzo senz'anima, beh, gli rispondo che son disposta a tradirlo con chiunque (il famoso "primo che incontro!") sia disposto a non rinfacciarmi deficit di accoppiamento (tiè).
sabato, 18 ottobre 2008
18/10/2008 02:12

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Shampoo

Archiviato da dilettap in:

Una persona può affacciarsi nelle tue giornate così, all'improvviso, e altrettanto all'improvviso tornare dietro allo stipite della porta. Come un profumo che ti si appica ai capelli, che continui a sentire a intervalli costanti ad ogni movimento della testa. Incastrato nelle ciocche mosse, arrotolato alle curve di quegli pseudo riccioli arruffati tenuti legati dal bastoncino di turno.
E' un odore forte, appena l'hai sentito ti è piaciuto. Poi si è insinuato nelle narici, con insistenza, come un appunto costante. Quasi come trovarsi post it dappertutto per ricordarti la stessa cosa lampeggiante in caratteri cubitali dietro un giallo fluorescente.
Un po' di confusione, più di una domanda.
Fai uno shampoo, di mattina, e torni ai tuoi profumi, quelli che conosci, e che ti danno l'impressione che dietro lo stipite non ci sia nessuno.

giovedì, 09 ottobre 2008
09/10/2008 01:16

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Vis à vis

Archiviato da dilettap in: vita
Uff, non ricordo di cosa volevo scrivere.
(Bugia, lo sai benissimo di cosa volevi scrivere).
Insomma ho aperto la pagina, username, password, blog, eccoci: "Organizza/Scrivi". Oh, niente, non ricordo.
(Dile, smettila, dai che lo sai... è che in fondo non ne hai voglia).
Pensavo che, ecco, insomma... sì poi no, o forse sì non è stato proprio mai, e che ne so. E quindi, in sostanza, che faccio? Scrivo del nulla? E dai, pare brutto.
(Senti, ma non dire idiozie: dai, ce l'hai lì, sulla punta delle dita. E' che non hai la minima intenzione di essere retorica, e tanto meno di scrivere quello che pensi in questo esatto momento. Si sa, scrivere conferma, mette nero su bianco. Non è il caso).
Uno un'idea se la fa, per carità, non dico di no. Non sempre apri la pagina bianca e realizzi che non sai da dove cominciare. Di solito lo sai. Almeno l'inzio.
(Oppure ti fai prendere la mano e...)
Oppure uno si fa prendere la mano, ma ora, così, su due piedi e due tacchi, non ne ho intenzione. Devo forse dire qualcosa?
(Sì, lo sai bene, falla finita di fare la finta tonta).
Uno dice qualcosa se c'è un concetto, frasi articolate, di senso compiuto. Un filo logico da seguire,
un perché e un per come.
(Eh, perché?)
E cosa vuoi che ne sappia io.
(Ecco vedi? E' che non lo sai).
Oh... senti. Direi cose che vorrei rimangiare il secondo dopo.
(Sicura-sicura?).
No.
(Lo sapevo).
E no dire che lo sapevi.
(Sì, me lo sentivo).
Ti odio.
(Io no. Lo sai che in fondo sono dalla tua parte. Anche se ti cazio, e ti dico che sei la solita. Sì, devi migliorare, e affina un po' di tecnica tesoro, sennò non ne esci mai. Detto questo, lo sai che approvo).
Ma che razza di appoggio è? "Lo sai che approvo"... che culo.
(Uuuh... e dai, su).
Non mi dire "e dai su", sai che non sopporto chi cerca di dare una mano con l'entusiasmo di un bradipo
e l'ovvietà di un semaforo: che dopo il verde lo sai che viene il rosso, e via di seguito.
(Lo so che stai ridendo).
Sorridendo, per l'esattezza.
(Ok ok, non t'incazzare).
Mi hai già fatto incazzare, con tutte 'ste analisi.
(Da quale pulpito).
Appunto, ti pare che ne abbia bisogno? Allora, la situazione è già analizzata, per quel che mi riguarda. Va bene? Chiaro?
(No, ma facciamo che stasera ti assecondo).
Non sopporto nemmeno di essere assecondata.
(Leva quel muso, non ti si può guardare).
Lo levo quando mi pare, se non ti piace gira altrove.
(Eh, potessi...).
Cosa?!?
(No, niente...Dile?).
Oh.
(Beh?).
Che vuoi.
(Non tenermi il broncio).
Senti, lo sai che l'altro giorno, quando pensavamo no, ti ricordi no? Ecco, non so mica se son contenta di quello che abbiamo deciso.
(Sì che lo sei. Può non essere il massimo delle cose che hai fatto in quel campo, ma lo sai che non avremmo potuto fare diversamente. Sei così, siamo così. Dai, lo so che non ti si tienea bada. Quante volte ci ho provato? Sei così - e a me piace pure, per inciso - quando decidi, decidi. Sei schizzata, c'hai il palletico, come si dice dalle parti dove se  cresciuta. E lo sai benissimo, perché lo sai, che ti senti una spanna sopra, per certe cose, proprio per questo. Tu prendi, vai, fai, dici. Lo fanno tutti? Eh no).
Eh, ma sono una delle poche idiote a farlo, forse c'è un motivo.
(Sì, il motivo è che su questo punto siamo sempre d'accordo).
D'accordo.
(Vedi? Eh eh, quanto ti conosco).
Già.
(E so anche cos'hai pensato).
Ovvia, sentiamo.
("...e cambio posto e chiedo scusa/ ma qui nessuno è come me).
E cambio numero e quartiere, fintanto che nessuno è come me.


mercoledì, 08 ottobre 2008
08/10/2008 02:44

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easy like Thursday night

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Le massime della notte:
"C'è chi è superior, tutto il resto è business"
"Meglio rossi che trasparenti" (e io rossa lo nacqui, modestamente - non di capelli-)
"Il mondo si divide tra chi osa, e chi no. Io, tendenzialmente, oso". 
martedì, 30 settembre 2008
30/09/2008 23:14

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Gira e rigira, ricalcolo

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Presente quando prendi una strada, convinta che ti porti dove devi andare, e ad un tratto, mentre guidi, finisci di pensare a chissà cosa e tutt'un tratto realizzi che forse stai sbagliando? Sì, quei momenti in cui in testa si crea la mappa delle svolte e dei semafori ma la vocina interiore ripete come un navigatore "ricalcolo, ricalcolo, segnale satellite debole". Ecco, così. Un po' spaesata, cerchi di ricordare. Ma nel percorso mentale, dopo quell'angolo, non ti ricordi proprio cosa cè. E dire che quasi quasi eri convinta di aver capito.
Accosti, pensi " no, senti, ma ti sei mica ammattita?! La sai la strada, la sai. E' che hai cambiato, ti sei persa qua là e su e giù, tutto qui". Calmati, rifletti.
Riparti, ma non sei tanto convinta. E' che a quel posto ci vuoi arrivare, e sì, forse ti perderai. Ma ti dispiace davvero?
domenica, 28 settembre 2008
28/09/2008 23:51

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Il nostro tempo

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Non c'è niente da spiegare. A noi non serve, e gli altri non capirebbero. Che esistono cose che non le spieghi. Che ci sono persone che non credevi di avere accanto, così accanto, dopo tutto. Che ci sono spalle che non si spostano, se gli chiedi di star ferme, di fare un po' anche per te, che da sola non ce la fai. Ed è una danza a sostenersi prendendosi un po' in giro. Che a noi serve, e gli altri non capirebbero. Che esistono posti immacolati, angoli di comprensione nascosti agli occhi, lacrime trasparenti alla vista comune, battiti da ultrasuoni che pulsano e bussano. Alle nostre porte, senza premere il campanello. Che a noi non serve, e gli altri non capirebbero. Che c'è una delicatezza pacata e sensibile, che c'è uno spazio, che c'era un tempo, che adesso ce lo costruiamo con cemento e attrezzi buoni. Senza sapere il mestiere, che a noi non serve, e gli altri non capirebbero. Che siamo tu ed io, che ci incontriamo in posti di pensieri appoggiati al cuscino e di strada che corre sotto agli occhi, con il vento che taglia sulle caviglie. Che a noi ci bastano le abitudini riconosciute, che le sappiamo a memoria, e gli altri non capirebbero. Come le dediche della seconda pagina che tracciano una storia, come la penna che ha deliziato e ucciso. Come un filo di ricordi che si ingarbuglia nel presente, poi lo sbroglia e lo ricompone. Ingarbugliati noi ci siamo dentro, e la mano tesa a tessere ne abbraccia un'altra.
venerdì, 19 settembre 2008
19/09/2008 01:55

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metodico disordine

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Ho bisogno del mio disordine. Delle mie cose ammassate, arruffate, abbarbicate l'una sull'altra in cerca della risposta ad un'unica domanda: "Cosa abbiamo fatto per meritarci questo?".
Ho bisogno del mio disordine perché ha un che di disciplina zen il riuscire a posizionare oggetti su cumuli di roba che non necessiterebbero di ulteriori carichi aggiuntivi e riuscire nonostante tutto a farli restare in equilibrio (salvo poi incazzarsi se cade qualcosa).
Ho bisogno del mio disordine perché fa molto vissuto e "oddio non ho tempo di fare niente, sai, il lavoro...".
E anche perché, diciamocelo, sfido io a ripescare nell'immaginario collettivo un qualsiasi ricordo di stanza o tugurio o casa che fosse di un qualsivoglia soggetto creativo, che fosse ordinata.
Ho bisogno del mio disordine perché rifare il letto matrimoniale mentre esci di casa con l'ansia di perdere la metro nella città del "serve un'ora per arrivare dappertutto", quando nemmeno sei riuscita a mettere su la macchinetta del caffé, e mentre esci dalla camera fai volare un reggiseno sulla sedia e i pantaloni del pigiama su suddetto letto, è davvero una fatica enorme (almeno quanto raccontarla, ora che ci penso).
Ho bisogno del mio disordine perché l'unico ordine che ho nella mia vita è scrive post con frasi che si ripetono che danno un certo ritmo e mi piacciono tanto, e perché forse non sono solo io a generare caos, ma è il caos che ha generato me (e lasciamo perdere le stelle danzanti, non è una citazione).
E mentre metabolizzo tutte queste cose, si avvicina il punto zero: scatta l'ora X in cui (sin da bambina) sogno di essere Mary Poppins e far tornare tutto a posto con uno schiocco di dita. Ecco, in quel momento devo metabolizzare che invece Mary Poppins non sono, e che solo un esercito di spazzacamini riuscirebbe a dare un senso compiuto all'ammasso di roba che occupa i miei spazi vitali (o la santa mano di mamma Anna). Penso ai minuti che passeranno inesorabili, alla fatica e al sudore che mi costerà mettere tutto apposto, ora che nella mia vita esiste più di una stanza da pulire e la lavatrice e il bucato a mano. La fatica mi paralizza mentre la mia scrivania e la sedia chiedono pietà. Mi faccio forza pensando che se ce l'ho fatta con i cassetti della biancheria intima e delle calze (di cui nessuno constata la precisione, in quanto chiusi!), posso riuscire in imprese più grandi (l'ambizione è importante, mi si dice).
Medito, mi autoconsulto. Credo di avere ancora un maledetto bisogno del mio disordine.

mercoledì, 17 settembre 2008
17/09/2008 22:51

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move to

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Una canzone per chi ha cambiato casa, in senso lato (e pure in senso stretto). Per chi si disorienta e per chi forse non si è mai orientato. Per chi aspetta una risposta e intanto vorrebbe dare a lavare "il suo vestito per l'amore", e sicuramente, inevitabilmente, cambia umore. Fossati l'ho conosciuto da grande, anche se risuonava nelle casse dello stereo in casa, da piccina. E adesso lo ascolto e riascolto, e ho come l'impressione che certe parole non lascino via di scampo, ma ti mettano davanti alla realtà; non sempre magica, ma espressa con magia. Ce ne sarebbero tanti di brani, ma stasera scelgo questo.

E di nuovo cambio casa
E di nuovo cambio casa
di nuovo cambiano le cose
di nuovo cambio luna e quartiere
come cambia l'orizzonte, il tempo, il modo di vedere
cambio posto e chiedo scusa
ma qui non c'è nessuno come me.

E stasera sera do a lavare
il mio vestito per l'amore
cambio donna e cambio umore stasera
e stasera voglio uscire
che mi facciano parlare
voglio ridere e voglio bere
io stasera cambio amore
è tutto qui.

Ma sapere dove andare
è come sapere cosa dire
come sapere dove mettere le mani
e io non so nemmeno se ho capito
quando t'ho perduta
qui fioriscono le rose
ma dentro casa è inverno e fuori no.

E vendo casa per un motore
la soluzione è la migliore
un motore certamente può tirare
la mia fantasia un po' danneggiata
e da troppo parcheggiata
e poi cambiare casa
come cambiano le cose così.

E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e mi trova che non ho concluso niente
io l'amore l'avevo in mente
ma ho conosciuto solo gente
e posso solo andare avanti
fintanto che nessuno è come me.

E gira, gira e gira, gira
si torna ancora in primavera
e scopro che non ho capito niente
e allora io stasera do a lavare
il mio vestito per l'amore
cambio donna e cambio umore
cambio numero e quartiere
fintanto che nessuno è come me.
domenica, 14 settembre 2008
14/09/2008 21:27

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Weekend

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La prima pioggia. Batte con insistenza metodica sul parabrezza di un sorriso malinconico, che cerca di coprire il magone, aggrapparsi alle strade conosciute a memoria, agli occhi pieni di affetto, anche se chiusi dal sonno o dal pianto.
La prima pioggia che non te l'aspettavi, la prima pioggia che già fa fresco.
In macchina, ricordando passioni infantili, riscopri negli occhi di tuo padre la dolcezza di chi si ricorda.
In macchina, ricordando la vita tra i banchi di scuola a due a due, riprendi le fila di qualcosa non sembra essersi mai sfilacciato.
In macchina, che anche quella via che non è gran che ti sembra magica; che si, è bella un'altra città, ma casa è casa.
In macchina, con la cena pesante nello stomaco e la sigaretta che fuma fuori dal finestrino.
In macchina, che ti preoccupi di chi non ha voglia di guidarla.
In macchina, che una canzone fa più male del solito, e la seconda non aiuta.
In macchina, perfortuna che questavolta per partire non l'ho presa.

martedì, 09 settembre 2008
09/09/2008 20:51

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LA FINESTRA

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Lo so che mi stai guardando. Non mi chiedere se quel non riuscire a tenersi fosse giusto. Se sia stato un dono, o lo spicchio andato a male di un mandarino che sa di amaro tra i denti. I miei occhi guardano quel profilo che riconosco, le mie mani si abbandonano tra le vene di cui ho tracciato la mappa. E' bello aversi anche così, ora. E' bello sapere, senza domandare. E' bello sorridere, senza spiegare. E' bello cantare perché certe canzoni non si ripetono. E' bello stare in silenzio, davanti alla notte assonnata che si illumina cosparsa di punti di luce, sulla discesa, e pensare.  
martedì, 02 settembre 2008
02/09/2008 19:38

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Ciao

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<E te, da dove spunti?> Non lo avevo mai visto, e nemmeno lui. Si chiedeva cosa ci facesse una giovane ragazza alle 24 in piazza Signoria, pronta ad un pattuglione con l'assessore alla sicurezza che sarebbe durato tutta la notte. Non ero una nerista, non sapeva da dove provenissi. Dopo quella sera l'ho incontrato una volta sola, in centro, vicino a piazza Strozzi, fece una battuta a mio padre.
Ma fa strano comunque, adesso.
Girammo per la Firenze della movida americana ubriaca fuori dai locali, degli alcol test dietro la Fortezza. <Vai in macchina, che prendi freddo>, diceva dandomi gli sbuffetti sulla nuca, come fanno quelli più grandi. Alto, l'accento toscano doc, che ho sentito imitare da chi lo conosceva bene. L'ho naminato sabato sera, forse un caso.
Resta un cellulare, nell'agenda. Fa strano, adesso.
domenica, 31 agosto 2008
31/08/2008 13:54

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Gratta e vivi, mentre aspetti e speri

Archiviato da dilettap in: vita, viaggio, autostrada, gratta e vivi

di Andrea Marotta

Il carabiniere avanza verso di me a passi spediti lungo il cavalcavia. Sopra di noi il cielo è una metamorfosi genetica della ghisa. Il carabiniere, un uomo sui 50 anni, baffuto e brizzolato, tiene in mano un pacco di foglietti color verde. Alle sue spalle, finalmente, intravedo l’autostrada: quel paradosso vivente che è la A3, la Salerno-Reggio Calabria. Un’autostrada che non è un’autostrada, una “due corsie” che di corsie ne utilizza una sola nel 50% del suo tragitto (sarà la recessione), un cantiere aperto da 40 anni alla circolazione delle vetture (a loro rischio e pericolo, ovvio).

È giovedì 28 agosto. Sono in viaggio dalle 11 di mattina. L’orologio, ora, segna le due. I calcoli che avevo fatto (cinque ore e mezza di viaggio, sosta compresa: arrivo a Roma alle 16.30) sono completamente sballati. Il brutto è che quando fai calcoli del genere il cervello continua a regolarsi sul loro fuso orario. E, quando ti accorgi che sballano, i neuroni soffrono un jet-lag che pulsa peggio di un embolo.

Più o meno un’ora e mezza fa, verso le 12, su uno di quei rari cartelloni luminosi presenti sulla A3 ho letto la scritta: “Traffico intenso: uscita consigliata Lauria Sud”. Ho sfogliato le pagine del mio vocabolario mentale, riflettuto sull’ontologia della parola “consigliata” per poi deliberare all’unanimità (votanti uno, cioè io: che figata la democrazia quando sei in pochi) che: “Ok, mimportanasega, io proseguo in autostrada”.

È evidente, però, che la Società Autostrade sta portando avanti un’opera di revisionismo sulla parola “consigliata” perché, arrivato a Lauria Sud, due addetti dell’Anas hanno obbligato me e una coda di un chilometro di macchine a uscire per imboccare la Strada Statale 19.

Domanda: «Ma non era consigliata, l’uscita».

Risposta: «No».

Domanda: «E perché? E dove si rientra in autostrada?».

Risposta: «Vada, vada! Non vede che blocca tutto?!».

Ora salta fuori che la colpa del traffico intenso è mia. Vado.

Faccio mente locale sulle uscite successive della A3. Lagonegro è a 25 km da qui. Poi c’è Casalbuono, ma mi sembra troppo pessimistica come ipotesi: sarebbero 40 km di strada statale, tutti in fila indiana, lungo tornanti che salgono e scendono, furgoncini che si bloccano col motore in panne, passando attraverso il centro abitato di paesini con poche centinaia di abitanti.

E, insomma, quando il carabiniere mi viene incontro lungo il cavalcavia sono passati 25 chilometri e quasi un’ora dall’uscita di Lauria Sud. Siamo a Lagonegro, l’autostrada è sopra le nostre teste: “Via, finalmente è finita”, penso. E penso pure che, ora, il carabiniere baffuto e brizzolato che sta avvicinando uno a uno gli automobilisti (solo ora mi rendo conto che somiglia in maniera inquietante a Massimo D’Alema) stia chiedendo scusa a tutti per il disagio, uno per uno. Ma quei foglietti?

Abbasso il finestrino, rallento e tendo la mano. Di fogliettini il carabiniere me ne porge addirittura due (quanta grazia!). Li guardo: c’è scritto “Gratta e vivi”.

Domanda: «E che cos’è?».

Risposta: «Un gioco».

Domanda: «Un gioco?».

Risposta: «Sì, un gioco».

Per un attimo prendo in considerazione l’ipotesi di scendere dalla macchina, fare un cenno d’intesa al camionista che sta dietro di me, prendere insieme il carabiniere per i piedi e scagliarlo giù dal cavalcavia.

Poi, però, mi viene in mente un ministro della Difesa che giusto pochi mesi fa diceva che “l’Esercito per le strade permetterà alle forze dell’ordine di uscire dagli uffici e presidiare maggiormente il territorio”. È chiaro che è tutta colpa mia: per me “uscita consigliata” non significa “obbligatoria”, così come “presidiare il territorio” non equivale a distribuire “Gratta e vivi” (voglio conoscere il genio del marketing che ha inventato il nome di questo gioco) lungo un cavalcavia.

Resetto il cervello dai cattivi pensieri: “Cazzo, sono appena finite le ferie: non vorrai mica intossicarti subito così?”, mi dico. Rientro nello spirito vacanziero e sorrido come se avessi davanti il mare della Calabria.

Domanda: «Stiamo per rientrare in autostrada, vero?». (Il mio tono nasconde un’angoscia dignitosa, tipo domanda retorica, che non aspetta altro di essere spazzata via).

Risposta: «No, a Padula».

Ci metto 5 secondi a decrittare il misterioso messaggio esoterico inviatomi dal carabiniere: sono altri 30 chilometri di strada statale.

Mi sporgo dal finestrino e cerco lo sguardo del camionista alle mie spalle. Non lo trovo: sta fissando il vuoto con disperazione.

Abbasso il finestrino e riparto. La prossima volta altro che “Gratta e vivi”: devono darmi un cubo di Rubik.

giovedì, 28 agosto 2008
28/08/2008 21:38

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Social equivoci

Archiviato da dilettap in: vita, internet, facebook
Esperimento n°1: leggere il seguente dialogo immaginando tre amiche sedute ad un tavolo.

<Ma senti, perché non mi mandi una Corona?> dice la Profe stizzita.
<Ma che vuoi? Io te l'ho già regalata una Corona!> rispondo con un tocco di arroganza da dono già consegnato e non notato.
<Cosa, come??? Le hai dato una Coronaaaa?> sbotta Donna Klaren.

Esperimento n°2: leggere lo stesso dialogo immaginando tre amiche sedute ad un tavolo, due delle quali con davanti un pc.

<Ma senti, perché non mi mandi una Corona?> dice la Profe stizzita guardando la sua pagina connessa a Facebook.
<Ma che vuoi? Io te l'ho già regalata una Corona!> rispondo con un tocco di arroganza da dono già consegnato e non notato, perso nei meandri dei regalini Facebook, dalle birre agli orsetti.
<Cosa, come??? Le hai dato una Coronaaaa?> sbotta Donna Klaren, lontana da ogni possibile logica di social network nel quale, tra le altre cose, ci si possono spedire oggetti virtuali.

Ecco, scene da un matrimonio di fraintendimenti. E ora ditemi se non è vero che alle volte siamo connessi in un altro mondo.
mercoledì, 27 agosto 2008
27/08/2008 21:29

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Firenze-Roma, in compagnia (fino a Valdichiana)

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Ho avuto conferma che esistono automibilisti simpatici, e altri meno. E il bello è che li riconosci da come guidano. Lo capisci subito. Metti oggi, sulla solita tratta Firenze-Roma. Davanti a me un'auto che era una via di mezzo tra un furgoncino e un'utilitaria. Bianca. Il conducente aveva tutto il finestrino abbassato, perché la sua mano sinistra sbucava appoggiandosi allo sportello. Non so perché, ma mi stava simpatico il suo modo di "commentare" con i gesti le manovre degli altri automobilisti. Muoveva il palmo in un modo, come ha fatto davanti ad una macchina che ha tagliato la strada sulla corsia di sorpasso, che sembrava dire "mah!!! Possibile che uno guidi così?".  E già lì mi è andato a genio, perché è un po' quello che faccio anch'io di solito, agitando le mani davanti al volante.
Dopo averlo sorpassato, me lo sono ritrovato dietro. Io non riuscivo più a spostarmi sulla corsia di sinistra, e nemmeno lui vista la fila che scorreva. Mi stava praticamente incollato, ma senza mettermi quell'ansia che di solito mi trasmettono quegli odiosi conducenti che si appiccicano al paraurti con simpatia. Dopo un po' ce la fa, ma io resto al mio posto.
Arriva la svolta di Valdichiana, e lui mette la freccia. Continuo, dietro gli occhiali, a guardare la sua macchina (l'avevo detto che mi ispirava simpatia). Distrattamente, con la coda dell'occhio, mentre gira all'uscita, noto un movimento della mano, quella fuori dal finestrino: mi sta salutando. Scoppio a ridere. Certi automobilisti sono proprio simpatici, e forse lo sanno.
sabato, 23 agosto 2008
23/08/2008 12:32

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Faccia a faccia con Facebook

Archiviato da dilettap in: internet, rete, social network, facebook, corriere fiorentino
Di Facebook ce n'è uno, come lui non c'è nessuno. Chiaccherando con amici davanti ad una birra, ad un tratto il social network del momento ha tenuto banco, monopolizzando la conversazione. Nato nel 2004 ad opera di uno studente (così vuole Wikipedia) come rete interuniversitaria, ora è universale, punto. Con tutti gli snodi che per natura una rete si porta appresso. Con l'aggiunta, a mio modesto avviso, di due potenzialità: da un lato, facendo propri i mezzi di comunicazione che abbiamo a disposizione (im e mail con aggiunta di un profilo), si configura come una chat perenne, senza le beghe della chat stessa. L'utente che ti conosce sa cosa stai facendo, a chi hai scritto, a quale festa andrai e quanti amici hai (ah, sano vecchio vouyerismo!). Quindi, come numero di "azioni" che vengono messe a disposizione di chi ti conosce (e, diciamocelo, ama farsi i fatti tuoi), abbiamo già superato il fratello MySpace, che tra l'altro è più confusionario e bistrattato da commenti spam di varia forma e specie. Dall'altro lato però, come a compensare quest'eccesso di morbosa persecuzione d'intenti, interviene la selezione. I profili non sono visibili se non previa autorizzazione, che quando viene chiesta, porta con se il "curriculum". Se tizio chiede a caio di avere la sua amicizia, caio sarà informato innanzitutto se hanno conoscenze comuni. Una sorta di "referenza", che nonostante sia spesso solo di facciata, gioca un ruolo importante. Acquieta gli animi  che si sentono messi al riparo da persone in cerca di contatti online senza reali scopi (MySpace ne è un collettore, invece).
Onde evitare di dipingerlo come luogo ameno del web, va detto che Facebook può essere, ed è usato a più livelli: si passa dalla creazione di gruppi con un chiaro intento (vedi Firenze- L'era delle nuove generazioni culturali - Gabriele Ametrano e Chiara Cecchin), all'invio, tra amici di emoticon, regalini, birre, Betty Boop d'ultima generazione, senza tralasciare una Kelly di Hermes e un'immancabile Hello Kitty.
Ma la fantasia è tanta, e si comincia a parlare delle sue molteplici applicazioni (vedi articolo del Corriere Fiorentino con relativo commento di Antonio Sofi, blogger e docente di New Media).
mercoledì, 20 agosto 2008
20/08/2008 00:11

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di chi sono le parole

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Una che con le parole ci lavora (o almeno ci prova) , sa quanto siano importanti. Ho sempre trovato bellissime quelle di una canzone che le racconta (può sembrare un paradosso, e forse lo è). "Le mie parole", Samuele Bersani. Se ancora non lo fossero vorrei che le mie, di parole, diventassero così:

Le mie parole sono sassi
precisi aguzzi pronti da scagliare
su facce vulnerabili e indifese
sono nuvole sospese
gonfie di sottointesi
che accendono negli occhi infinite attese
sono gocce preziose indimenticate
a lungo spasimate e poi centellinate, sono frecce infuocate che il vento o la fortuna sanno indirizzare
Sono lampi dentro a un pozzo, cupo e abbandonato
un viso sordo e muto che l'amore ha illuminato
sono foglie cadute
promesse dovute
che il tempo ti perdoni per averle pronunciate
sono note stonate
sul foglio capitate per sbaglio
tracciate e poi dimenticate
le parole che ho detto, oppure ho creduto di dire
lo ammetto
strette tra i denti
passate, ricorrenti
inaspettate, sentite o sognate...
Le mie parole son capriole
palle di neve al sole
razzi incandescenti prima di scoppiare
sono giocattoli e zanzare, sabbia da ammucchiare
piccoli divieti a cui disobbedire
sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo
che non mi riesce di spiegare
fanno come gli pare
si perdono al buio per poi ritornare
Sono notti interminate, scoppi di risate
facce sopraesposte per il troppo sole
sono questo le parole
dolci o rancorose
piene di rispetto oppure indecorose
Sono mio padre e mia madre
un bacio a testa prima del sonno
un altro prima di partire
le parole che ho detto e chissà quante ancora devono venire...
strette tra i denti
risparmiano i presenti
immaginate, sentite o sognate
spade, fendenti
al buio sospirate, perdonate
da un palmo soffiate
martedì, 19 agosto 2008
19/08/2008 22:21

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Verba volant, scripta...chissà

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Chissà se è vero. Chissà se vale ancora la pena crederci, in certe parole. Ma fanno quasi piacere, nascoste dietro questo schermo che cela gli occhi. Ti fanno sentire conosciuta, anche se quando serviva non ti hanno saputo riconoscere. Ti senti capita, anche se quando serviva non ti hanno capito. Ti senti oggetto di un pensiero, anche se quando serviva ti hanno dimenticata.
Sembra quasi che l'amarezza e le lacrime a qualcosa siano servite. Che l'attesa, la delusione, ricevano in cambio una briciola di sorriso, malinconico, ma sentito. Chissà se è vero. Facciamo che ci credo.
mercoledì, 06 agosto 2008
06/08/2008 20:28

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Caldo

Archiviato da dilettap in: vita
Azzuri stralci di mare placano pungenti raggi che ribollono. Terra di clessidra, che il tempo non fa passare. Velo di presenti desideri repressi, di amari desideri passati. Galleggiano le convinzioni, portate in alto a peso morto. Riflusso di mente. Di solita, inquieta mente.
venerdì, 01 agosto 2008
01/08/2008 21:48

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Al CAsilino 900 (Dnews roma 29.07.08)

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Come ti chiami? -guardano  dritto negli occhi alzando la testolina - Come ti chiami?». Lo chiedono a ripetizione a tutti finché non rispondono, sgattaiolando fuori dalle baracche e mettendosi a cerchio intorno alle persone che sono arrivate lì per vedere la nuova casetta di legno, prototipo di una vita diversa, che guardano con curiosità. Sono i bambini del campo nomadi Casilino 900. Molte femmine, in canottiera e gonnella. «È arrivato Alemanno?»  dice una ragazzina sui 13 anni, coda alta e castana, che gira con due bottigliette vuote in mano. «Vado a prendere l’acqua da nonna - spiega, chiedendo subito dopo - Hai visto la casetta? Ci hanno fatto scegliere il modello tra altri, a noi piaceva questa». Quella struttura che sembra uscire da “Una casa nella prateria” e che svetta in cima alla collinetta a sinistra dell’ingresso principale, in realtà viene vista con non poco sospetto dagli altri abitanti del campo. Qualche uomo si avvicina ai “visitatori” accaldati che entrano, guardano, fotografano. Gli altri non si muovono dalle solo sistemazioni, spesso di ventura. Restano in quelle che dovrebbero essere case e proseguono nelle loro attività. Negli slarghi tra una baracca e l’altra, cumuli di  rifiuti abbandonati sulla ghiaia: valige, vestiti, tubi, pezzi di infissi, tavole di legno. Tutto ammucchiato, accatastato. Come lo sono queste abitazioni abbarbicate sui rilievi del terreno, e l’una all’altra; come quelle che i bimbi costruiscono nei boschi per giocare. E i bambini, quelli veri, che sono lì dentro, girano con le biciclette e a piedi, i più piccoli nudi. Sbucano dietro le porte, dalle finestre con i teli inchiodati alle assi. Muri di separazione che sono un’accozzaglia di porte di altre case, di chissà quali posti. Davanti a questo, se questo è quello che si vede da decine di anni, la speranza viene meno, e anche le casette di legno sembrano un miraggio, o peggio un’illusione. «Lo faranno davvero? - si chiede  Diana,  di Pristina, uscendo dalla sua abitazione -  sono qui da vent’anni, ormai non credo più a niente, tantomeno alle promesse». Mentre parla un bambino piccolo quanto la bacinella in cui sta facendo il bagno, guarda la ragazza che più in là lava dei piatti con una canna di gomma. Diana non è l’unica ad avere paura che tutto quel clamore che si sta scatenando all’inizio del campo sia questione di un momento. «Ma è vero che viene Alemanno? - aggiunge una donna con in braccio un piccolo e intorno altri 3 bambini - faranno qualcosa per noi?». Anche lei, con una smorfia di rassegnazione risponde: «Io? Sono qui da una ventina di anni».
venerdì, 01 agosto 2008
01/08/2008 21:44

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TRA LE CASA DEL CAMPO ROM (DNEWS ROMA 24.07.08)

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C’è il tipico odore dell’acqua sull’asfalto, quella gettata nei cortili delle case l’estate, per rinfrescarli un po’ dal sole. I bambini sono assiepati al guard rail del vialetto che salendo porta su ai prefabbricati, dove le donne hanno scopa e secchio in mano. Curiosi, stanno lì a guardare le sterpaglie che fino a ieri erano verdi, e adesso sono cenere. All’ingresso del campo nomadi di via Candoni, dove martedì notte è divampato un incendio, una coppia sta parlando. Hanno sette figli, “tutti nati al San Camillo”, spiega la donna. Il marito mostra le mani annerite, come il resto dei vestiti. I jeans e la maglietta sporchi. Raccontano una notte passata a cercare di sedare il fuoco alla bell’ e meglio, in attesa dei vigili del fuoco. Ma adesso, perchè sia successo, poco importa. Le fiamme non ci sono più, e non sono riuscite a raggiungere la zona abitata. Quel che resta è la paura, che porta tutti a non voler pronunciare il proprio nome. Non lo fa la coppia che sta nell’area del campo riservata ai bosniaci. E non lo fa uno dei gruppi di persone sedute sotto la tettoia davanti alla propria abitazione. Solo un ragazzo, mentre sorseggia una birra, alla domanda risponde “Stefano”, e niente di più. Una donna sulla quarantina è seduta lì fuori, e sta chiaccherando con il resto della famiglia: «una trentina in tutto - racconta - tra cognati, fratelli, figli».  Dopo aver trascorso due anni al Casilino, da otto è lì e tutti suoi bambini, eccetto uno («Lui è il rumeno!» scherza) sono nati in Italia. È per loro la maggiore preoccupazione. Ieri sera correvano tutti verso la loro zona del campo, dove ci sono gli immigrati della Romania, quella più lontana dalla collinetta del rogo. Il terrore li ha fatti fuggire velocemente nelle case  a prendere i documenti. «Non era per sbaglio», continua la donna riferendosi all’incendio. Per questo ora, rincara la dose una giovane dai capelli scuri e gli occhi azzurro chiaro “abbiamo paura anche a scendere in città per prendere da mangiare ai bambini”. Nella loro famiglia quasi tutti lavorano distribuendo gli elenchi telefonici, girando anche l’Italia. La più piccola, che zompetta attorno alle gonne larghe e colorate delle donne, la chiamano “la barese”, perché è nata in Puglia. «Nel campo -  dicono - ci sono circa 200 bambini». «I miei vanno tutti a scuola» racconta la signora. Anche lì, la vita per loro è dura: «Il piccolo è tornato piangendo un giorno. Gli altri compagni non vogliono ballare con lui, dicono che è sporco, ma i miei figli non li ho mai mandati sporchi a scuola». Loro la guardano, in fila, con i pantaloncini e le calzette bianche, linde. «È vero, all’inizio chiedevamo l’elemosina -  aggiunge la ragazza  - perché non sapevamo la lingua, non avevamo i documenti, ma ora no». Si sentono dare addosso anche al supermercato. «Ci dicono “ecco gli zingari, andate via” - conclude -. Noi stiamo zitti, perché siamo a casa vostra, e non abbiamo il diritto di dire niente».
venerdì, 01 agosto 2008
01/08/2008 21:40

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Il risveglio di quel bambino coraggioso (dnews 23.07.08)

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Al Bambino Gesù: Vittima incolpevole di un agguato della ‘ndrangheta il piccolo Antonio sta
vincendo la sua battaglia per la vita. E dopo le tenebre del coma nei suoi occhi adesso è tornata la luce

Perdi il conto dei giorni, forse per rispondere agli inganni del tempo che inchioda tuo figlio ad un letto di ospedale da quasi due mesi. Ma sospiri di sollievo  perché adesso, dopo giorni e giorni, sta meglio. È un «bambino coraggioso». Sul nome di Antonio Laganà, tre anni e mezzo, è calato il silenzio. Il circo dei taccuini e delle penne forsennate, di telecamere appostate in cerca dei parenti e di bollettini medici, si è interrotto. Ci sono altre storie, arrivano altre notizie. Ma tu, che sei il padre di un piccolo colpito per sbaglio da una pallottola vagante, operato e poi risvegliato dal coma farmacologico, sei sempre lì. Ed è difficile trovare un equilibrio, da quel 6 giugno maledetto.
Carmelo Laganà fa trasparire un tiepido sorriso dal tono di voce. Il figlio più grande è rimasto in Calabria, la più piccola è qui, a Roma,  insieme alla madre e alla nonna.  L’8 giugno Antonio è stato ricoverato all’ospedale pediatrico Bambino Gesù. Da allora la madre, Stefania Gurnari, non è più tornata a casa. «È ricoverata insieme a lui - racconta Carmelo - si dà il cambio con mia suocera. Il bimbo ha bisogno di lei».  Ma anche lui, il padre, non è che si sia allontanato spesso. Solo una volta, per scadenze che non poteva proprio rimandare. Forse, se sarà possibile, tornerà tra qualche settimana in Calabria. Non lo sa con certezza, ma non importa. L’obbiettivo adesso,  è uno solo, e si chiama Antonio. «Non lo so in termini medici come si possano descrivere le sue condizioni - spiega con pacatezza - ma da genitore posso dire che da quell’8 giugno il mio bimbo sta molto meglio». Quel “mio” spicca tra le altre parole a  raccontare tutto l’amore che c’è dentro: il lancinante strazio di sapere un proiettile sparato addosso al proprio figlio, la corsa in ospedale, le analisi mediche, le diagnosi, l’operazione, i continui esami, l’attesa. «Io sto meglio  - dice facendosi forza - mia moglie è un po’ provata, dopo tanti giorni». Adesso si aspetta con ansia il momento della riabilitazione. «Da quanto lo hanno risvegliato dal coma farmacologico non ha avuto danni a livello di sensi e facoltà - racconta spiegando che il bimbo è vigile - aspettiamo la terapia per verificare eventuali danni motori». Anche quello, però, «è un terno al lotto, non si sa mai come può reagire il corpo, e i bambini stupiscono sempre». E l’ha stupito il suo Antonio, che «resta titubante davanti ai medici», ma ha reagito meglio di loro, dei “grandi”. «È coraggioso se si pensa a quello che ha dovuto subire un bimbo di tre anni e mezzo». Dopo due mesi di prelievi, e controlli, e via vai di camici bianchi davanti al proprio letto. «Ha fatto amicizia con tutti, i medici gli vogliono bene, come agli altri bambini del reparto di Neurotraumatologia». E nonostante non sia facile immaginare di varcare ogni giorno quella sbarra, lasciarsi dietro il baracchino dei giocattoli gonfiabili e le dirigersi dritti verso il Padiglione Pio XII, Carmelo è sollevato, e nella composta emozione, gentile e riguardosa, dice «siamo contenti di come sia andata». Antonio ha due genitori coraggiosi.

venerdì, 01 agosto 2008
01/08/2008 21:35

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Vita da trans tra soldi e paura (dnews roma 30.06.08)

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Sulle strade della prostituzione la notte inizia quando ancora è giorno. La luce cala piano  su via del Lido di Castel Porziano. Alle 21 le prime transessuali prendono posto, aiutate dalle piazzole naturali che si affacciano sulla strada. Arrivando da via Cristoforo Colombo sono una decina,  ma appena un’ora più tardi, percorrendola in senso contrario da Ostia, sono almeno il doppio.  Le luci delle torce, che le trans attivano a intermittenza, fanno da richiamo come le Sirene di Ulisse per i clienti. Priscilla è lì da mezz’ora.  Ha venticinque anni ed è tornata in Italia a Capodanno, dopo essere stata un anno in Argentina, la sua patria. Lavorerà fino alle 5 di mattina, se la serata andrà bene. Sorride stretta nella canotta aderente dall’ampia scollatura e i jeans scuri. Scarpe basse, borsetta. «Abito a Ostia - racconta - ma qualche volta lavoro all’Eur». Ogni sera  ha più di cinque clienti e considerando che il prezzo in media è di trenta euro (ma può scendere a venti euro, così come salire), fanno «più di 100 euro al giorno». C’è chi la cerca con abitudine, magari chiamandola un po’ prima, se non è «nervosa», scherza. Nonostante sia un’abitudine vivere in strada, quell’asfalto costeggiato dalla pineta fa paura. È dietro i cespugli che avvengono i rapporti sessuali. Un posto lontano dagli occhi di chi passa, ma non da quelli che sanno dove cercare. «C’è sempre il guardone - dice Priscilla - vengono da soli, o magari coppie gay. Osservano, qualche volta  si masturbano; in Italia capita di tutto». Già, tutto. «Anche qualche minorenne», prosegue. Si impara anche a diffidare: «Se capisco che il cliente ha bevuto, o non mi convince - racconta con il suo accento spagnolo che inciampa sulle “s”  - non ci vado». «La pineta è la parte più brutta, ma per necessità si fa anche quello». Parla Claudia, 27 anni, argentina anche lei, come tutte le ragazze della zona la sera. Lavora qualche metro più in là di Priscilla, insieme ad altre due ragazze. Sabrina, una di queste, non ha voglia di perdere tempo, è in cerca di clienti. «Qui la prostituzione fa schifo - spiega Claudia - nel mio paese si fa negli alberghi, e c’è meno rischio di contagi». Anche perché, sottolinea, «il 50 per cento delle persone chiede di avere rapporti senza preservativo». Da laureata in matematica mette la questione su un piano economico fatto di numeri e percentuali. «L’ottanta per cento hanno tendenze omosessuali, e la maggior parte sono sposati - spiega - e per di più, la domanda è molto superiore all’offerta: siamo anche poche rispetto alla richiesta che c’è». E in effetti non si riesce a darle torto, a giudicare dal numero di macchine posteggiate a bordo strada e abbandonate il tempo di un rapporto sessuale. Lei è fidanzata con un italiano e non ha intenzione di fare questo lavoro per sempre: «Guadagno 4mila euro al mese, ho già mezza vita sistemata. Tra un po’ lascerò e farò altro». Sogna di fare l’estetista e una cittadinanza italiana, come le altre. Si ferma una macchina, lei per scherzo illumina il viso del conducente, che si avvicina. Lo conosce, ma tra i tanti volti che passano e non tornano più in quelle macchine, ci sono anche coppie, «moglie portate dai mariti quando hanno tirato su un po’ di coca». E le torce continuano a lampeggiare. 
domenica, 27 luglio 2008
27/07/2008 22:29

commenti (10)

A-A chi (non) sorriderò

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A chi non ha ascoltato
A chi dopo anni crede di essere ancora il centro del mondo non accorgendosi che acqua, sotto i ponti, ne è passata...
A chi "sì, no, tu, ma lei..."
A chi "ah, su questo o ti fidi o non ti fidi" (per la cronaca, non mi fido)
A chi "ma tu, a che punto della vita sei"?  (la risposta è dentro di te, e però, è sbagliata! Avrebbe detto Guzzanti)
A chi deve andare a correre sulla spiaggia per rinfrescare le idee in un weekend di pioggia
A chi urla per strada o nel mezzo di un pub
A chi guarda i treni passare
A chi cambia sempre dopo
A chi "il problema è solo mio"
A chi crede di essere il pesce più grande e attacca il più piccolo
A chi "non volevo fare questo proprio a te"
A chi ha sofferto solo lui
A chi offende le persone a cui tieni (avendo tra l'altro scarsa cognizione delle usanze tradizionali italiche) solo perché non ha niente di meglio da fare (e dire che ce ne sono, di cose da fare...)
A chi non ti ha mai conosciuto e crede di averti pugno, ancora, da allora
A chi ha imparato la parola del mese e la mette in tutti i discorsi
A chi "felicemente è un parolone"
A chi credeva di esser furbo
A chi "se mi vuoi resto, altrimenti vado" (ecco, appunto, vai...)
A chi "non sono convinto"
A chi "ero in un periodo difficile"
A chi, dopo mesi, "scusa... mi sono comportato in modo vergognoso" (scusa, com'è che ti chiamavi?)
A chi "prendi un treno e vieni"  giusto perché l'alcol fa uno strano effetto
A chi risponde pronto, e pronto non è mai stato
A chi "sei sempre bellissima"
A chi mica l'ha tanto capito che non è ospite gradito
A chi "non riesco ad essere superficiale" (ah ah ah)
A chi fuochi e fiamme, e poi cenere
A chi continua ad accampare giustificazioni e avallare speranze (come ce ne importasse qualcosa)
A chi ti segue ancora di nascosto
A chi "sei sempre tu la più simpatica"
A chi "non so dove hai la testa tu, in questo momento" ( io sulle spalle, pare)
A chi "ti penserò" (ma anche no, grazie)
A chi  sente voci amiche tra le note di musica indie
A chi non va bene nessuno tranne me
A chi trova alternative al mio diminutivo, che è, ufficialmente "Dile" (e stop)
A chi dovrei non sorridere, se non a voi...